Introduzione - Tesionline

5 downloads 2127 Views 194KB Size Report
Questo lavoro sui personaggi di Leonardo Sciascia, muove nell'intento di mettere insieme ..... A ciascuno il suo (1967) di Elio Petri, Cadaveri eccellenti (1976) di ...
Introduzione

Questo lavoro sui personaggi di Leonardo Sciascia, muove nell’intento di mettere insieme una compilazione di tipi narrativi e la loro interpretazione. Arduo compito, dato il numero considerevole di tali tipi e la letteratura critica al riguardo. L’intera opera di Sciascia è stata sottoposta a diversi vagli di carattere narratologico, antropologico, filosofico, religioso e politico sin da quando l’autore era in vita. Famose, tra fama elitaria e diffusione popolare, le sue polemiche con i professionisti dell’antimafia, con alcuni importanti giornalisti della carta stampata che Sciascia accusavano di “istituire modello mafioso” per il solo fatto che Sciascia di mafia scrive, ma anche con il fisico Amaldi sulla scomparsa di Majorana e con i giudici che condannarono il presentatore televisivo Enzo Tortora dando credito alle confessioni di camorristi pentiti. Così come sono rilevanti le prese di posizione di Sciascia sulla morte di Pier Paolo Pasolini di cui rivendica unicità di amicizia, sul rapimento e sull’assassinio di Aldo Moro ad opera delle Brigate rosse e la rottura, proprio sulla questione delle Br, dell’amicizia con Guttuso. Capitolo a parte meriterebbe poi il suo «essere a sinistra», intriso più di illuminismo francese e di spirito lussiano (da Emilio Lussu: l’esule antifascista e il resistente di «Giustizia e libertà»)1 che adeguato, impossibile per uno come Sciascia, a logiche e direttive di partito. Leonardo Sciascia, nonostante fosse di natura schivo e riservato, era un personaggio pubblico. L’intera sua vita si riversa e si mescola nelle storie da lui costruite, vere oppure messe in metafora, una considerevole mole di scritture che tra letteratura e altro entrano in differenti generi. Tutto quello che riguarda Sciascia è documentato dalla scrittura: libri ma anche saggi per riviste specializzate, settimanali, quotidiani, cataloghi e pure fogli sparsi2. Uno stesso personaggio lo si può trovare in differenti punti di questo universo letterario, ma anche politico o, per dire di un classico che attira Sciascia, in un conte philosophique. “Candido” e “Courier”, per evidenziare due di questi personaggi, compaiono in differenti scritti e saggi, a volte con maggiore, altre con minore evidenza. Nella narrativa di Leonardo Sciascia, che fa tutt’uno con la sua capacità di far entrare il narrato dentro un ordito saggistico, Candido, per insistere su questo personaggio che ha anche carattere autobiografico, lo si può trovare collocato nel secolo dei lumi, una giusta appartenenza considerato che fu ideato da Voltaire, ma anche nella Sicilia del Novecento oppure, in 1

Per quanto di comparazione tra “tipi” sciasciani e “tipi” della letteratura sarda c’è in questa introduzione e nel prosieguo del lavoro, bisogna evidenziare come il capitano Bellodi del Giorno della civetta, uno dei personaggi più rappresentativi dell’universo narrativo di Sciascia, resta, come etichettatura, sempre al grado di “capitano”. Lo stesso accade in diverse analisi che riguardano l’opera letteraria e non solo di Emilio Lussu. Viene definito «il capitano Lussu», in quanto con quel grado combatté durante la prima guerra mondiale (ne esce il libro Un anno sull’altipiano) e con quella definizione, «su capitanu Lussu» in sardo, è entrato nel mito. Il reale Lussu e l’inventato Bellodi combatterono entrambi da azionisti durante la Resistenza. 2 Uno di questi è «Malgrado tutto», mensile di Racalmuto, in provincia di Agrigento, paese di Sciascia. 1

una dimensione atemporale ma che comunque entra in uno spazio geografico universale, come alter ego ma anche specchio riflesso di Giufà, lo “scemo-fortunato” per antonomasia, nell’epopea del vicinato. Necessario quindi individuare, pur nella ricerca e nella compilazione, un filo conduttore per i quattro capitoli che compongono questo lavoro e che trattano, dei personaggi narrati da Sciascia, l’autobiografismo, la sicilitudine, la fenomenologia a livello contenutistico, e, tratto che potrebbe presentarsi innovativo, il rapporto possibile con personaggi della narrativa, ma anche della storia, del mondo folklorico e antropologico della Sardegna. Risulta necessario cercare di stabilire delle “categorie flessibili” per fare sì che lo schema non risulti aridamente schematico, perché la classificazione dei tipi interagisca con altri saperi che sono già insiti nell’universo letterario, ma anche etnologico e demologico, di Leonardo Sciascia. Si ritiene così opportuno lavorare sui tipi narrativi sciasciani avendo lo stesso Sciascia come referente, come il contemporaneo Calvino, «neoilluminista e inquisitore illuminato». Scrive a tal proposito Gino Tellini che sia Italo Calvino che Leonardo Sciascia «reagiscono alla crisi postresistenziale con l’arma d’una ragione che non si fa illusioni e non confida in organiche certezze storicistiche, ma predispone strumenti aguzzi di analisi disincantata»3. Sulla base di questo disincanto, le “categorie flessibili” possono così provenire oltre che dalla “presenza” dello stesso Sciascia, anche dalla parola “tipo”. La parola “tipo” caratterizza persone, animali e cose. La “tipologia” stabilisce invece delle relazioni all’interno di ciascuna di queste categorie e tra una categoria e un’altra. Le relazioni possono essere di ordine spaziale ma anche temporale, scritto, e oltre la pagina, orale, visivo, olfattivo, tattile. Quanto prevale è comunque il narrare e sapere narrare la relazione tra “tipo” e “tipologia”. In questo Sciascia istituisce magistero: per l’uso che fa delle categorie, per come queste rendono il “contesto” che è insieme siciliano e universale. «La fiducia costruttiva neorealistica ha in Sciascia presto ceduto il passo a un pessimismo severo. La crisi delle speranze resistenziali, lo spettacolo immutato di sopraffazione e di miseria, la pena per il “caos siciliano” affetto da guasti secolari, il dramma stesso della propria smarrita identità hanno spinto lo scrittore a cercare una difesa nei “lumi” della ragione, nel rigore della chiarezza illuministica, nel metodo d’una lucida conoscenza analitica»4. C’è una maniera sciasciana di narrare e raccontare. «S’è addentrato nelle contraddizioni della sua isola e ha scavato, di riflesso, nelle piaghe del malcostume contemporaneo (non solo nazionale). La “ragione” è diventata per lui (sono parole sue) “nevrosi della ragione”, cioè tormento e rovello che rendono inquieta l’ansia ostinata di comprendere e di capire. […] Il sentimento della giustizia e la prova costante della sua latitanza nell’esperienza della storia costituiscono il motivo centrale di organismi narrativi bilanciati tra l’intrigo del giallo e la struttura 3

G. TELLINI, L’angoscia e lo sperimentalismo della ragione, in Il romanzo Italiano dell’Ottocento e Novecento, Milano, Bruno Mondadori, 1998, 456. 4 Ivi, 456-57. 2

aperta del taglio storico-saggistico»5. In Sciascia ci sono dunque «l’angoscia e lo scetticismo della ragione» ma c’è anche l’arte, intesa come mestiere, del tessere trame, “legarle” da un polo all’altro. Come ordire i fili? C’è una parte della costruzione dei tipi narrativi da parte di Sciascia, che riguarda quella che uno dei suoi autori di riferimento, Giuseppe Antonio Borgese, definisce epopea del vicinato6. Fino a non molto tempo fa, nei vicinati e nei rioni di paesi e luoghi contadini e pastorali, l’ordito lo facevano le donne dopo che gli uomini avevano fissato chiodi e punti di ferro tra una pietra e l’altra dei selciati che allora coprivano strade e piazze. Fili di lana, di lino, di cotone, di orbace, andavano da un punto all’altro. Si distendevano. Una volta distesi, i fili venivano poi raggomitolati, pronti per il fuso e per il telaio. Il sapere delle mani veniva prima di tutti gli altri saperi7. Al telaio si iniziava la composizione dei fili, la loro «tramatura», la loro interrelazione. Ciascun filo concorreva alla formazione di uno o più tipi di prodotto. Dal telaio a mano uscivano tappeti, coperte, bisacce, capi di vestiario del costume tradizionale. E altro. Quei “tipi” avrebbero poi caratterizzato altri “tipi”. Ci sarebbe stata una maniera di viverli, usarli e indossarli dentro casa e fuori, nelle stanze e nelle strade, in piazza e in chiesa. Un’organizzazione delle cose che entrava nel quotidiano delle persone a fare tutt’uno ma anche a segnare distinzioni. Il tipo «cosa» era differente dal tipo “persona” e dal tipo “animale”. Se si sostituisce al percorso “filo-telaio” un altro del tipo “chiodo-macchina per ferrare buoi e cavalli”, il senso della metafora si manifesta. Epopea del vicinato significa anche civiltà contadina8. C’è un libro di Sciascia, Occhio di capra,9 che è un alfabeto10 della società contadina. Ci sono in questo alfabeto, indicazioni per l’uso delle “categorie flessibili”. Vengono principalmente dalle voci dicica e pigliari di lingua. «DICICA. Dice che. Non “si dice che”, ma uno solo, innominato, “dice che”. È l’incipit di ogni aneddotica malignità, di ogni racconto sulle disgrazie altrui. Il “dicica” alleggerisce la responsabilità

5

Ivi, 457. «Nei malinconici paeselli della Sardegna […] è sorto un genere di letteratura orale che chiamerei l’epopea del vicinato» (L. SCIASCIA, L’arte di Giufà, in Le storie di Giufà, a cura di F. M. Corrao, Palermo, Sellerio, 2000, 9). 7 Il sapere della mano è un libro dell’antropologo Giulio Angioni, pubblicato nel 1986 dalla palermitana Sellerio, casa editrice che ha editato diverse opere di Leonardo Sciascia. 8 Sciascia era amico di Gesualdo Bufalino, siciliano di Comiso, figlio di un maniscalco che andava in giro per i paesi a ferrare buoi e cavalli. 9 L. SCIASCIA, Occhio di capra, Torino, Einaudi, 1984 (2ª ed. ampliata, Milano, Adelphi, 1990), ora in Opere, a cura di C. Ambroise, Milano, Bompiani, III, 3-105. 10 L’alfabeto come struttura portante è una cosa rimarchevole nella narrativa di Leonardo Sciascia. Viene utilizzato per costruire personaggi e tipi grandi e minimi, reali e di finzione, come struttura del saggio e del racconto e come elemento all’interno di uno stesso racconto. L’alfabeto serve per Pirandello, che Sciascia si scelse come «padre naturale» e per interagire con gli Aleph di Borges. E’ una cosa che vale anche per Ventura, combattente della Guerra civile spagnola nel racconto L’antimonio e per don Mariano Arena. «Ad un suo stadio elementare Ventura, così come il capomafia don Mariano del Giorno della civetta, ha un suo alfabeto morale: è quello che pone un uomo di fronte a un altro uomo nell’incombenza della morte» (M. ONOFRI, Sciascia, Torino, Einaudi, 2002, 31). 6

3

del narratore, come nel “si dice” italiano, ma al tempo stesso rende più segreta, più esclusiva, più preziosa e godibile la notizia. Non lo sanno tutti. Era uno solo a saperla. E ora siamo in tre»11. Oltre la Sicilia, Il proverbio si attualizza nell’esperienza della storia, una esperienza da Sciascia interpolata, come “tramatura” dell’ordito, specie nel “giallo” che è una categoria del racconto dell’Italia contemporanea e della Sicilia come metafora. Ci sono un lessico e una sintassi sciasciane che “impongono” alla storia narrata in “giallo” o in noir di non farsi seriali. Questa imposizione proviene dall’alfabeto della civiltà contadina. L’altra voce da Occhio di capra a entrare nelle “categorie flessibili” che questo lavoro intende adottare, è pigliari di lingua. Ha a che fare con il segreto della parola ma anche con l’organizzazione delle trame. «PIGLIARI DI LINGUA. Prendere per la lingua. Immagine metaforica che dice di un modo di far domande, di condurre un interrogatorio: tanto abilmente da far cadere in contraddizione una persona, da farle dire quel che voleva nascondere o mistificare. Un modo, insomma, di inquisire accortamente, sottilmente. Da ciò, nel mondo contadino, la regola del silenzio di fronte a chi fa il mestiere di prendere per la lingua, di far cadere una persona nella trappola delle parole dette (che diventano, fatto di paurose conseguenze, parole scritte): il poliziotto, il giudice. Difficile, dunque, prendere per la lingua chiunque. Impossibile prendere per la lingua un mafioso»12. Oltre che rappresentato, il legame tra “tipo” e “tipologia” viene anche narrato. Dalla parola si passa alla scrittura. In questo passaggio, nella narrativa sciasciana presa a modello delle “categorie flessibili”, il rilievo sui fatti viene dai fatti, dal ragionare che si fa oggetto, non dalla loro mimesi. Le “categorie flessibili” intendono cioè operare sul reale che costruisce la finzione e su come, Sciascia lo dimostra nel rapporto con Pirandello, questa non-mimesi sa scoprire cosa c’è sotto la maschera. Il tipo narrativo sciasciano ha senso di essere raccontato nella sua costruzione, nell’artificio autorale, ma anche nelle sue ripartizioni e rifrazioni che tendono comunque, è il fine dell’indagine, alla ricomposizione. Per questo, nelle “categorie flessibili”, pure cum grano salis, si intendono fare entrare altri linguaggi che non siano solo quelli della scrittura per la sola pagina. Si farà ricorso anche al cinema. Sciascia amava il cinema, seppure più quello della sua infanzia che l’altro, della sua maturità13.

11

L. SCIASCIA, Occhio di capra…, 43. Tutta l’opera di Leonardo Sciascia, nei suoi tipi narrativi, gioca su questo dualismo che si estende a sillogismo. Cfr. F. KERMODE, Il segreto nella Parola. Sull’interpretazione della narrativa, Bologna, Il Mulino, 1993 (Tit. or.: The Genesis of Secrecy. On the Interpretation of Narrative, tr. di M.Graziosi). 12 L. SCIASCIA, Occhio di capra…, 78. 13 «La macchina di proiezione funzionava ad acetilene; alla costruzione di una centrale elettrica nel paese avevano appena cominciato a lavorare. L’illuminazione pubblica – sporadiche chiazze di luce giallastra e vacillante – era ancora a petrolio» (L. SCIASCIA, Cera una volta il cinema, in Fatti diversi di storia letteraria e civile, Opere…, III, 636). E’ una descrizione, quella riguardante l’ambiente di Racalmuto e dell’illuminazione pubblica «vacillante», riscontrabile anche in un passaggio del romanzo Il giorno del giudizio di Salvatore Satta, ambientato nella Nuoro di inizio Novecento, romanzo che costituisce, nel capitolo di questo lavoro Sciascia e la Sardegna, motivo di analisi. 4

Ci sono opere di Sciascia scritte come sceneggiature cinematografiche e da diversi suoi libri sono stati tratti film che lasciano il segno nella storia del cinema14. Ha pure partecipato, come sceneggiatore, alla scrittura del film

Bronte15, i cui fatti

per come li ricostruisce Sciascia,

demistificando il mito del Risorgimento, Verga e Garibaldi compresi, vengono presi in esame in questo lavoro. Le “categorie flessibili” utilizzate in questo lavoro intendono comunque dare molto più risalto al piano narratologico. Narrare è importante e importanza assume ancor più nel modo di raccontare di Leonardo Sciascia. E’ come una cosa in lui insita. A valere, in questo rapporto del vivere con lo scrivere, è proprio l’invenzione dei personaggi che muovono nelle varie zone di passaggio e di estensione tra una storia e un’altra, tra una e un’altra geografia. Sciascia costruisce personaggi narrativi che sono insieme aderenti al contesto che li emana e adattabili a una universalità non di maniera. Personaggi-tipo come “il capitano Bellodi”, “l’ispettore Rogas”, “il giudice Di Francesco” ma anche “il criminale Tommaso Scalia”16, “il politico tipo-Moro”17 rappresentano una “Sicilia tipo” di mafia, di fascismo-pena di morte, di politici ipocriti (il cui luogo ideale sono le cripte) e di moralisti gesuiti, di biechi e cupi inquisitori. I luoghi sono funzionali a questa narrazione. In tutto il contesto inquisitoriale presente nella narrativa sciaasciana è rilevabile ad esempio come le cripte siano sottostanti alle chiese: metafora degli ipocriti che sono, lo rivela una parabola evangelica, dei sepolcri imbiancati. I tipi sciasciani sono universali anche perché c’è da parte dello scrittore un buon uso della metafora.

L’epopea del vicinato diventa universo

estensibile. «Si chiariscono anche precise ascendenze culturali: da un lato, la tradizione settecentesca di Voltaire e Diderot; dall’altro, la lezione di Manzoni, sia dei Promessi sposi, assunti come affresco dell’ingiustizia umana, sia della Colonna infame, riletta come atto d’indignazione morale contro i rei in cerca di attenuanti, contro coloro che se non sanno quello che fanno è per non volerlo sapere»18.

14

I film tratti dalle opere di Sciascia sono, Una vita venduta (1976) di Aldo Florio, tratto dal racconto L’antimonio negli Zii di Sicilia, Il giorno della civetta (1968) di Damiano Damiani, Il Consiglio d’Egitto (2002) di Emidio Greco, A ciascuno il suo (1967) di Elio Petri, Cadaveri eccellenti (1976) di Francesco Rosi, tratto dal Contesto, Todo modo (1976) di Elio Petri, L’uomo che ho ucciso (1995) di Giorgio Ferrara, tratto da 1912+1, Porte aperte (1990) di Gianni Amelio e Una storia semplice (1991) di Emidio Greco. L’ordine di citazione dei titoli cinematografici è basato sulla prima edizione dei rispettivi libri di Leonardo Sciascia. Nel 1998, Gianni Amelio ha realizzato I ragazzi di via Panisperna, dove si parla anche di Majorana e della sua scomparsa. 15 Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato (1972), di Florestano Vancini. 16 Si tratta di un nome cinematografico, un “tipo” interpretato da un “fantastico” Ennio Fantastichini, che battendosi forte, ripetutamente, la mano sulla fronte così si rivolge a un certo punto al giudice Di Francesco (Gian Maria Volonté) nel film Porte aperte: «Qui dentro c’è robba bbona signor giudice!». Nel romanzo di Sciascia, nessun personaggio ha nome proprio. Ne vengono indicati il ruolo e la funzione. Il giudice Salvatore Petrone, il vero archetipo di Di Francesco, è «il piccolo giudice». 17 Ancora Gian Maria Volontè come “calco” di Aldo Moro compare nel film Todo modo. Nessun calco del politico democristiano c’è nel romanzo di Sciascia. 18 G. TELLINI, L’angoscia e lo sperimentalismo della ragione, in Il romanzo italiano dell’Ottocento e Novecento…, 457. 5

Nell’utilizzo delle “categorie flessibili”, i tipi sciasciani ricoprono quindi una loro funzionalità sia in progress che á rebours. Altra metafora delle “categorie flessibili” per la costruzione e la lettura del personaggio narrativo sciasciano è quella del filo della pietra19. Un bravo scalpellino, che conosce questo filo, sa dove battere perché la pietra si apra con naturalezza. L’aprire è condizione necessaria e indispensabile per poter dare forma. Saper narrare è sapere dare forma: altrettanto indispensabile condizione perché quanto esce dalla modellatura diventi poi una cosa, un prodotto, che possano utilizzare e godere (sentire, leggere, vedere, toccare, gustare) e la tua gente e altri pubblici, oltre la dimensione del tuo ambiente, del tuo contesto. I personaggi sciasciani sono paesi portatili20, che ognuno si porta dentro. Ciascuno a proprio modo. Molta è la bibliografia intorno a Sciascia. Specie nei primi due capitoli di questo lavoro, si è voluto comunque fare riferimento a quattro testi che hanno funzionato da “filo e da ordito”, da “filo della pietra” e, più oggettivamente, da manuali21. I libri in questione sono Storia di Sciascia, Sciascia (a cui si unisce anche un vhs con lo stesso titolo) e La modernità infelice, tutti e tre di Massimo Onofri22. Il quarto titolo è Leonardo Sciascia di Giuseppe Traina23. Si tratta di libri da cui attingere e che, riprendendo come una voce a distanza che li recensisce pur senza conoscerli, di Sciascia spiegano «l’angoscia filtrata dalla passione intellettuale di una indagine-denuncia imperterrita, pur nella consapevolezza che la “giustizia” è obiettivo impossibile da raggiungere e che la “verità” si mescola alla menzogna in un amalgama indecifrabile»24. Il “narrato” di Leonardo Sciascia muove in questo contesto che continua a ordire «l’eredità classica, illuministica e manzoniana…nella linea novecentesca del relativismo pirandelliano e dell’umorismo di Brancati in testi gremiti di delitti impuniti, di pugnalatori che restano nell’ombra, di amministratori ritenuti morigerati ma in effetti corrotti, di dignitari politici rispettati ma complici,

di investigatori onesti che non approdano a nulla»25. L’intera opera

19

La metafora proviene anche da un romanzo autobiografico di Bachisio Zizi che narra di quando ragazzo faceva da apprendista del padre, abile scalpellino, nelle cave di granito della Sardegna centrale (cfr. B. ZIZI, Il filo della pietra, Cagliari, Editrice Fossataro, 1971). 20 Pais portatil è il titolo originale del romanzo del venezuelano Adriano Gonzàlez Leòn: Armi per la città, Milano, Feltrinelli, 1975. 21 Ci sono coincidenze, in questa manualità, con le «categorie flessibili» quali provengono dalla civiltà contadina che mette in comunicazione dentro una rinnovata «Questione meridionale», i concetti di sicilitudine e di sarditudine in altra parte di questo lavoro esplicati. «Le mani sono le prime e le ultime parole» (M. PIRA, Sos sinnos, Sassari, La Biblioteca della Nuova Sardegna, 2003, 51). 22 M. ONOFRI, Storia di Sciascia, Roma-Bari, Laterza, 1994. Il volume è stato rieditato, ancora da Laterza, nell’aprile del 2004. Nell’introduzione, Massimo Onofri aggiorna sulla fortuna critica delle opere di Sciascia e sulla tenuta di tante altre che riguardano in particolare la sua narrativa, come appunto quella di Giuseppe Traina. L’altra monografia di Onofri è Sciascia, Torino, Einaudi, 2002. Il libro è distribuito come pezzo unico oppure insieme al vhs dal titolo omonimo, un montaggio di interviste al maestro di Racalmuto fatto dallo stesso Onofri e da Pasquale Misuraca, Il terzo libro è La modernità infelice (Saggi sulla letteratura siciliana del Novecento), Cava de’ Tirreni, Avagliano, 2003. 23 G. TRAINA, Leonardo Sciascia, Milano, Bruno Mondadori, 1999. Per La storia di Sciascia di Onofri, Traina rileva come in questa sia «notevole l’idea dell’opera di Sciascia come autobiografia della nazione», 244. 24 G. TELLINI, L’angoscia e lo sperimentalismo della ragione, in Il romanzo italiano dell’Ottocento e Novecento…, 457. 25 Ibidem. 6

sciasciana è un fare luce su questo “nulla”. Le “categorie flessibili” di questo lavoro muovono nel tentativo di rilevare una parte del fare luce. Sintomatico, a tale proposito, l’accostamento cinemaromanzo. È Traina che esplica il significato del titolo Il giorno della civetta: « allude a una battuta pronunciata dall’animoso duca di Somerset nella terza parte dell’Enrico VI di Shakespeare: “e colui che non vorrà oggi combattere per una simile speranza, se ne torni alla propria casa; si ponga a letto, e, se ardirà mostrarsi alla luce del giorno, sia fatto oggetto di scherno e di meraviglia, come avviene alla civetta quando fuor d’ora si mostra»26. Chi affronta lo scherno del Giorno della civetta è uno tra i personaggi più rappresentativi di Sciascia: il capitano Bellodi27, che «è sfiorato dalla tentazione di abbandonare la speranza, una volta tornato nella “indolente sera” di Parma, toccata da una struggente luce… La citazione shakespeariana non ha solo il significato dell’impegno civile; ha anche un forte valore simbolico, legato al tema funebre (la civetta è un uccello notturno) che però, come ha evidenziato Marco Belpoliti, è connesso nel romanzo non al buio ma alla luce siciliana, simbolo della morte siciliana, la morte per mafia»28. Nell’utilizzo delle “categorie flessibili” ci si sforza anche di fare luce sulla consapevolezza che una parola può significare anche il contrario che dà come senso immediato. Ancora Sciascia è punto di riferimento. Un recente saggio di Salvatore Ferlita su «Nuovi Argomenti» parla di Leonardo Sciascia e la fotografia29. Ne rileva il trattamento come «luce» e l’interesse in A ciascuno il suo, in Todo modo, nel racconto La morte di Stalin, ricorda le collaborazioni con Ferdinando Scianna, il «fotografo bagherese», con il quale ha dato «forma a volumi come Feste religiose in Sicilia, I siciliani, Le forme del caos, Il sale della terra, I grandi fotografi»30. Le immagini fotografiche costituiscono per Sciascia discorso, formazione e dettaglio dei personaggi, narrazione. C’è nell’intervento di Ferlita il riferimento a quanto Sciascia, a proposito di ritratto fotografico come entelechia31, sostiene nel saggio con cui si chiude questo nostro lavoro di reperimento e di «analisi» dei suoi tipi narrativi: «Ma è vero che, come ha già notato Giuseppe Traina, ogni qual volta Sciascia si occupa di fotografia, lo fa essenzialmente per riferirsi, più che ai luoghi o ai fatti, ai ritratti fotografici, probabilmente per sentire scorrere, sotto di essi “sotterraneo, soffocato, ma continuo e ossessivo, quel magma che sempre ribolle sotto la nera – da cronaca, da lutto – pietrificazione, quel grido che mai ebbe o avrà il coraggio di lanciare a rompere la prigione, la crosta, la forma», come scriverà a proposito dell’album di famiglia di Luigi

26

G. TRAINA, Leonardo Sciascia…, 130. «In un’intervista Sciascia dichiarò di non amare Il giorno della civetta perché aveva avuto “troppo successo è [perché] lo si legge come un ragguaglio folcloristico», ivi, 128. 28 Ibidem. 29 S. FERLITA, Leonardo Sciascia e la fotografia, «Nuovi Argomenti», aprile-giugno 2003, 22, 116-23. 30 Ivi, 117. 31 L. SCIASCIA, Il ritratto fotografico come entelechia, in Fatti diversi di storia letteraria e civile, Opere…, III, 672678. 27

7

Pirandello»32. Importante, nell’utilizzo delle “categorie flessibili”, il dare forma anche ricorrendo all’analisi fotografica. «Per Sciascia le fotografie, quelle non “snaturate” s’intende, costituiscono una vera e propria narrazione per immagini: nella fattispecie, una narrazione sulla Sicilia che è il risultato di un lungo e lento, anche se non avvertito, “apprendimento”, di un qualcosa di simile al processo di “cristallizzazione” di cui parla Stendhal e che, meglio e più delle parole, può trasmettere suggestioni e rianimare la memoria»33. Nell’utilizzo delle «categorie flessibili» i personaggi di Sciascia non sono solamente di carta, o cinematografici, o teatrali. Sono, per dirla in sardo, carre, «di carne»: nella significanza che la fisicità della carne rappresenta. Insieme con la fisicità ci sono le ripartizioni, il personaggio che somiglia a un archetipo e fattosi archetipo egli stesso genera poi, in un discorso di concatenazioni, tanti altri personaggi. E luoghi, e situazioni, e storie.

32 33

S. FERLITA, Leonardo Sciascia e la fotografia…, 118. Ibidem.

8

Capitolo I

Rapporto tra i personaggi e l’autore L’autobiografismo (da Le parrocchie di Regalpetra a Una storia semplice) 1.1 ALLE ORIGINI DEL PESSIMISMO SCIASCIANO: COME STARE DALLA PARTE DEL TORTO 1.1.1 La letteratura come impegno Alcuni personaggi della narrativa sciasciana somigliano più di altri all’autore. Più per tratti morali che fisici. A loro volta i tratti morali sono pervasi di sicilitudine: sia che riguardino personaggi reali e storici sia che prevalgano invece tipi immaginari. Personaggi autobiografici nella narrativa sciasciana più di altri sono Candido Munafò, Giufà, Ettore Majorana, il capitano Bellodi, il professor Laurana, fra Diego La Matina, compaesano di Sciascia «e suo alter ego, l’uomo tenace che non cede agli interrogatori e alle torture, l’uomo che osa l’inosabile»34. Un’altra categoria, sempre all’interno della narrativa sciasciana, è rappresentata dai personaggi che pur non avendo tratto diretto con l’interiore homine del narratore sono comunque dentro un medesimo contesto di appartenenza, ripartiti tra storia e geografia, filosofia, letteratura e visione del mondo. Tali sono ad esempio l’avvocato Lombardo, fucilato a Bronte nel 1860, il professor Franzò di Una storia semplice, Courier, Voltaire, Manzoni e altri35.

34

35

S. LODATO, Sciascia, l’eretico e il fascino del riscatto, «l’ Unità», 12 novembre 2003, 25.

Dice lo stesso scrittore nel vhs Rai Educational Sciascia racconta Sciascia che «la giornata inizia con lo scrivere. Mi alzo verso le sette. Non perdo molto tempo ad analizzarmi». Sciascia parla del Dialogo del comandante di Diderot, dei libelli di Courier, il libellista Paul Louis Courier vissuto in età napoleonica, il cui capolavoro è Pamphlet des pamphlets, dei Miserabili, dei Promessi sposi e quasi a insistere su Manzoni come suo tratto autobiografico dice che il romanzo di Renzo e Lucia «è un libro disperato». Paradossale: «quello che resta su tutto e su tutti è don Abbondio». Cfr. inoltre di L. SCIASCIA, Ritratto di Manzoni, Milano, Sciardelli, 2004, che raccoglie le sue cose manzoniane più significative sparse nell’intera opera sciasciana ora raccolta in tre volumi della Bompiani, a cura di C. Ambroise. 9

Nell’autobiografismo narrativo di Leonardo Sciascia si riversano poi alcune figure forti come Luigi Pirandello, Vitaliano Brancati e Giuseppe Antonio Borgese. Il primo fu considerato da Sciascia «padre naturale», il secondo «padre adottivo», il terzo maestro e «punto d’approdo». Scrive a tal proposito Massimo Onofri che «se, dunque Pirandello aveva incarnato il padre naturale, subito rifiutato, Brancati, lettore di Chateaubriand, Stendhal, Leopardi e Gogol, diventava il padre adottato in sostituzione. Brancati, infatti, dopo un’ubriacatura ideologica giovanile si era liberato dal suo dannunzianesimo e, a differenza di Pirandello, aveva presto respinto ogni compromesso col fascismo, abbandonando il successo e i clamori mondani di Roma, ove era stato apprezzato dallo stesso Mussolini, per tornare in Sicilia e chiudersi in una sdegnosa e risentita solitudine». D’altro canto è Giuseppe Antonio Borgese «il vero punto d’approdo di questa contro-storia d’Italia letteraria e civile»36 quale l’intera vita e opere di Sciascia rappresentano. A ben guardare, narratologicamente, l’autobiografismo di Sciascia si svolge all’insegna della fede nella letteratura, come unica cosa possibile dopo che tutte le vite e tutte le passioni sono state spese e spente37. Tutta la vita di Sciascia è all’insegna della letteratura come impegno dove anche il divertissement giornalistico, il «cruciverba» e la cronachetta sono al servizio di quello che Vincenzo Salerno ha definito «rough and tumble literary style» e cioè uno stile letterario ruvido e martellante. Riprendendo una definizione di Gore Vidal, Salerno sostiene che Sciascia «is the perfect vigil», è la coscienza della Sicilia e dell’Italia intera. La presenza di Sciascia è paragonata a un «violent maelstrom»38. L’ autobiografismo e cioè la tendenza da parte di un autore e di un artista a mettere l’io e il sé al centro della propria opera, è consequenziale alla voluntas di impegno letterario da parte di Sciascia. Il suo io, quello che fa diventare Sciascia personaggio narrativo, è un io spesso profetico.

36

Cfr. M. ONOFRI, Storia di Sciascia…, Bari, Laterza, 1994, 10 e 134. Il volume è stato rieditato, sempre da Laterza, nell’aprile del 2004. Nell’introduzione, Massimo Onofri aggiorna sulla fortuna critica delle opere di Sciascia e sulla tenuta di altre che riguardano in particolar modo la sua narrativa come quella di G. TRAINA, Leonardo Sciascia…, Milano, Bruno Mondadori, 1999. 37 Le «passioni spente» e la loro riattivazione sono il filo di tensione di un volume di George Steiner sulla necessità della lettura come «pietoso balsamo», così in una corrispondenza tra Gianfranco Contini e Carlo Emilio Gadda, su tanti dubbi. Cfr. G. STEINER, Nessuna passione spenta: saggi 1978-1996, tr. di C. Beguin, Milano, Garzanti, 2001. «Nessuna passione spenta», neppure dopo la rivelazione dei disastri, specie nel Novecento, cui hanno portato i prodromi dell’illuminismo settecentesco, specie francese, dove pure si collocano molti autori di riferimento e maestri di Leonardo Sciascia, il maestro di Racalmuto. Nonostante la rivelazione dei disastri, Sciascia come costruttore di tipi narrativi continua comunque a essere «maestro di un razionalismo senza più incanto, refrattario alle illusioni facili e fallaci del pensiero illuministico e progressista». Cfr. C. COSSU, Una letteratura di opposizione, «La Nuova Sardegna», 21dicembre 2002, 43. 38 Leonardo Sciascia by Vincenzo Salerno in Best of Sicily Magazine, in www.bestofsicily.com, 1-2. 10

1.1. 2 I maestri Leonardo Sciascia è nato a Racalmuto, in provincia di Agrigento, l’8 gennaio 1921. E’ morto a Palermo il 20 novembre del 1989. Nella sua vicenda c’è un continuato e ininterrotto rapporto tra vita e opera. «Minuto, dritto, guardingo; ma al tempo stesso caldo, premuroso, pronto ad aprirsi senza la prosopopea del personaggio; la sigaretta sempre accesa, un vestitino rigato provincia meridionale anni cinquanta: Leonardo Sciascia mi appare così nella hall del suo albergo, vicino alla stazione Termini. Un maestro di paese fattosi scrittore di fama europea, ma che dell’umanità, del tratto del maestro conserva tanto; un uomo che crede nella ragione; una coscienza del nostro tempo, così povero di punti di riferimento: un uomo che conosce il sistema e lo smonta fin nei recessi più oscuri, e perciò inviso al potere di tutte le parti, e amato dai giovani»39. Prima che scrittore, Sciascia fu dunque maestro elementare e prima che maestro fu uno studente nel pieno significato della parola. «Di rilevante importanza fu il trasferimento della famiglia a Caltanissetta nel 1935 e l’iscrizione di Sciascia all’Istituto magistrale ove incontrò, negli anni in cui avrebbe scoperto la guerra di Spagna e l’antifascismo, uomini decisivi per la sua formazione: Giuseppe Branca che lo avviò alla lettura di Giuseppe Rensi, lo «scettico credente» secondo la definizione di Ernesto Buonaiuti; il poeta protestante Calogero Bonavia, padre Lamantia, Aurelio Navarria e Giuseppe Granata, futuro senatore del partito comunista, che gli rivelò Dos Passos, Steinbeck, Caldwell, Faulkner ed Hemingway; quindi Luca Pignato, fine conoscitore di letteratura francese che gli fece conoscere L’après-midi d’un faune di Mallarmé, l’Ulisse di Joyce nella versione di Valéry Larbaud ed i parnassiani; poi Pompeo Colajanni che lo iniziò alla politica; infine, sopra tutti Vitaliano Brancati, di cui non fu alunno, ma da cui trasse una lezione fondamentale»40. Quando morì Brancati Sciascia scrisse che «la sua fede nella libertà, il suo odio contro la stupidità, un odio flaubertiano, intransigente, hanno dato un costruttivo apporto al tentativo di dare agli italiani quello che gli anglosassoni dicono il senso comune»41.

39

N. PERRONE, Una conversazione con Leonardo Sciascia, «Il Ponte», maggio 1991, 5, 95. M. ONOFRI, Storia di Sciascia…, 8-9. 41 L. SCIASCIA, Ricordo di Brancati, «Letteratura», II, 1954, 10, 69. 40

11

1.1.3 Il letterato e l’eretico42 L’attività letteraria di Leonardo Sciascia ha inizio con un impegno poetico che cede però alla sua più autentica vena, la quale si muove, come ebbe a dire a più riprese lo stesso autore, in «una maniera saggistica che assume i modi del racconto». Di questa sua disposizione sono testimonianza Le parrocchie di Regalpetra (1956) e Gli zii di Sicilia, dove gli spunti di cronaca isolana si vestono di forme decisamente narrative pur senza attenuare l’istanza polemica; ma gli esempi letterariamente più compiuti in tale direzione saranno Il giorno della civetta e A ciascuno il suo, centrati sulla mafia e i suoi delitti. La lingua di Sciascia e il suo taglio narrativo, tutti tesi a una lucida comunicazione, sono i medesimi che troviamo nei racconti, in cui più si rivela il carattere illuministico della sua cultura: Il Consiglio d’Egitto è ambientato nel periodo delle riforme settecentesche, Morte dell’inquisitore sulla figura di un santo brigante, Diego La Matina, del secolo XVII; Recitazione della controversia liparitana (redatta in forma teatrale), su un conflitto fra stato e chiesa al principio del secolo XVIII. Già nel 1953 Sciascia

aveva dedicato un libro a Pirandello e il pirandellismo. Tornò

sull’argomento con Pirandello e la Sicilia, definendo la «sicilianità» dello scrittore in senso sovraregionale, come espressione del più vasto dramma esistenziale moderno. Su scrittori e cose della sua terra, Sciascia ha scritto ancora tre volumi: Feste religiose in Sicilia, La corda pazza, una raccolta di interventi letterari, e La Sicilia come metafora. Negli anni Settanta la presenza di Sciascia nella letteratura e nella società italiana si fa ancor più viva, anche per la sua diretta partecipazione politica, come deputato al parlamento nazionale ed europeo. Presenza sta anche a significare il fatto che Sciascia scrive su quotidiani e periodici di letteratura. Si interessa di mafia, di divorzio, di aborto. Nel 1972 interrompe la collaborazione con il «Corriere della sera» e passa a scrivere su «La Stampa». Il 1975 è l’anno della tragica morte di Pier Paolo Pasolini. Scrive Sciascia che «io ero – e lo dico senza vantarmene, dolorosamente – la sola persona in Italia con cui lui potesse veramente parlare. Negli ultimi anni abbiamo pensato le stesse cose, dette le stesse cose, sofferto e pagato per le stesse cose. Con Pasolini ero d’accordo anche quando aveva torto»43. Sciascia si riferisce alla denuncia pasoliniana del Palazzo. «Ma mentre in Pasolini la denuncia si allargava alla compiuta omologazione americanizzante e scristianizzata dei costumi, il ragionamento di Sciascia è sempre più interno ai meccanismi del potere politico, mentre le evoluzioni (o involuzioni) del costume rimangono sullo sfondo. Ne è un segnale anche l'inchiesta del 1976, I pugnalatori, indagine d’archivio su una congiura palermitana del 1862 che Sciascia legge in chiave attualizzante, con 42

La struttura portante di questo paragrafo è data dalla voce Sciascia Leonardo, in La Nuova Enciclopedia della letteratura Garzanti, Milano, Garzanti, 1985, 881-82. 43 L. SCIASCIA, Nero su Nero, Opere…, II, 774. 12

riferimento alla cosiddetta “strategia della tensione”, alla trama di connivenze e depistaggi tessuta da governo, servizi segreti e apparati militari, che sembrava dominare la storia recente dell’Italia, almeno dalla strage di piazza Fontana [1969], ma in realtà dai primi anni sessanta»44. Nel 1975, Sciascia è eletto consigliere comunale di Palermo, come indipendente nelle liste del Pci. Si dimette nel 1977 dopo aver subito tutta una serie di attacchi, specie dalla sinistra, anche perché non condivide il «compromesso storico» tra comunisti e democristiani. Ma è l’essere eretico nei confronti di un modo di fare politica che caratterizza Sciascia. Nei comizi citava Stendhal. Cosa che non poteva non costituire dissidio con gli elettori ma anche con gli occasionali compagni di coalizione. «I dissidi ideali sono sempre più duri tra i vicini che tra i lontani; gli eretici sono sempre più duramente colpiti che gli infedeli. La realtà delle estenuanti e inconcludenti sedute consiliari deluderà moltissimo lo scrittore, ancor più deluso dal fatto che anche il Pci palermitano seguirà quello nazionale nella politica di dialogo con la giunta democristiana»45. Nel 1979, dopo aver rifiutato la candidatura offertagli dal Psi, Sciascia accetta di candidarsi con i radicali. Viene eletto sia alla Camera che al Parlamento europeo. Sceglie di fare il deputato alla Camera. «L’esperienza parlamentare sarà per lui soprattutto un mezzo per indagare sul caso Moro»46, l’uomo politico democristiano sequestrato e poi ucciso dalle Brigate rosse tra marzo e maggio del 1978. Nel 1979, la produzione letteraria di Sciascia, divenuta quasi febbrile, riflette questo accentuato impegno pubblico. Dopo i racconti Il mare colore del vino e dopo Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, il maestro di Racalmuto ha messo a fuoco problemi dei nostri giorni. In Il contesto e Todo modo descrive il groviglio di connivenze che legano gli uomini del Potere, soprattutto quelli di parte cattolica; in I pugnalatori, nel rievocare un complotto tramato a Palermo nel 1862, allude a possibili situazioni odierne; in Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia riprende il celebre conte volterriano, trapiantando in tempi moderni la polemica contro le ideologie; in L’affaire Moro (1978) appunto, affronta il tragico episodio dell’uccisione del presidente della DC, e in Dalle parti degli infedeli denuncia l’invadenza elettorale della chiesa e la persecuzione di un retto vescovo siciliano. Questa letteratura di intervento politico non ha distratto lo scrittore né dal racconto strutturato come un giallo, secondo una sua formula abbastanza consueta (La scomparsa di Majorana, 1975; Il teatro della memoria, 1981) né dal raccogliere il suo «diario in pubblico» che nel titolo stesso, Nero su nero, intende assumere e ironizzare l’accusa di pessimismo spesso rivoltagli. Con Occhio di capra (1985) Sciascia è tornato a registrare, attraverso un dizionario dei «modi di dire», aspetti magici ed evocativi del mondo siciliano. 44

G. TRAINA, Leonardo Sciascia…, 24-25. Ivi, 22-23. 46 Ivi, 29. 45

13

1.2 I PROFESSIONISTI DELL’ANTIMAFIA, I TERRORISTI E I PENTITI

1.2.1 Gli anni ottanta «I primi anni ottanta sono terribili per l’Italia. Le Br e la mafia seminano morti per le strade, continuano le stragi impunite (la bomba alla stazione di Bologna), si scopre il verminaio della loggia P2, che era riuscita, fra l’altro, a controllare il “Corriere della sera”» 47. Sarà in seguito alla scoperta delle trame di Gelli che coinvolgono il gruppo dirigente del quotidiano milanese che Sciascia abbandona definitivamente la collaborazione, ripresa solo quando il giornale passerà alla direzione di Alberto Cavallari. Nel 1981 viene sequestrato il giudice D’Urso ed è lo stesso Sciascia a chiederne la liberazione alle Br intervenendo sui mass media. Sul versante letterario prosegue intanto la riscoperta da parte di Sciascia di Stendhal, di Giuseppe Antonio Borgese e di Alberto Savinio. Scrive Massimo Onofri che «Savinio è stato uno degli scrittori italiani che, nel Novecento, hanno con più ostinazione costeggiato, e corteggiato il tema della morte. Ma sempre dentro il sentimento d’una straordinaria felicità del vivere, d’una miracolosa facilità d scrivere»48. Leonardo Sciascia continua ad essere il faro illuminante della casa editrice palermitana Sellerio. Diventa condirettore insieme ad Alberto Moravia e Enzo Siciliano della rivista «Nuovi Argomenti». Stringe forte amicizia con Gesualdo Bufalino. Escono in quegli anni, tra il 1981 e il 1986, Conversazione in una stanza chiusa, un’intervista con Davide Lajolo, lo scrittore piemontese amico e biografo di Cesare Pavese, le memorie

e le cose da bibliofilo di Kermesse, i saggi di Cruciverba,

l’immaginifico Stendhal e la Sicilia, l’omaggio a Borgese Per un ritratto dello scrittore da giovane, Il teatro della memoria dedicato allo smemorato di Collegno. Ancora della prima metà degli anni ottanta sono La sentenza memorabile, su Martin Guerre, protagonista di un caso analogo a quello di Bruneri-Cannella nella Francia del Cinquecento, e La strega e il capitano, una vicenda nella Milano del Seicento simile per succedersi di inquisizioni, torture e patiboli alla Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni. La coscienza civile di Leonardo Sciascia partecipa della vita italiana e siciliana. C’è la mafia come sistema e come metastasi. Scrive Sciascia che «il fatto che le istituzioni siano in disfacimento non basta alla sicurezza della mafia: ci sono degli uomini che possono farle funzionare e che non sono facilmente sostituibili»49.

47

Ivi, 31.

48

M. ONOFRI, Quando si è sempre figli, in Contromano, «La Nuova Sardegna», 22 febbraio 2004, 44. Cfr. L. SCIASCIA, A futura memoria, in Opere…, III, 804. L’articolo è stato pubblicato sul «Corriere della sera» il 19 settembre1982. 49

14

Si riferisce ai tanti caduti sul campo, uccisi dalla mafia: i magistrati Gaetano Costa, un amico di vecchia data dello scrittore di Racalmuto, e Cesare

Terranova, politici e parlamentari della

commissione antimafia come Pio La Torre, poliziotti come Boris Giuliano, anch’egli amico di Sciascia fin dai tempi della scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, il prefetto di Palermo, generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che già aveva contribuito a smantellare l’organizzazione delle Br. Il 3 settembre del 1982, Carlo Alberto Dalla Chiesa viene ucciso a Palermo da un commando mafioso. Con il generale muoiono la moglie Emanuela Setti Carraro e gli uomini della scorta. Famosa nell’omelia durante la messa funebre nella cattedrale di Palermo, l’invettiva del cardinale Pappalardo che cita Sallustio: «Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur: mentre a Roma si discute viene espugnata Sagunto». Sciascianamente, si potrebbe dire, città spagnola. 1.2.2 «Si è come si è» La mafia, il suo sistema di orrore e, fortinianamente, di errore50, segnano gli ultimi anni della vita di Sciascia, «la mafia come problema politico-sociale, ma anche come dramma degli affetti»51. La mafia è una costante nel rapporto vita-opera di Leonardo Sciascia. «La mafia come associazione per delinquere, come illecito arricchimento, come impazzimento», così recita una didascalia in vhs dove Sciascia racconta Sciascia52. Sciascia parla di arcipreti che capeggiano la mafia, parla del silenzio della Chiesa. Ricorda quando fu “spettatore infantile”, al tempo del fascismo, della mafia in Sicilia ad opera del prefetto Mori53. Molti tipi narrativi sciasciani hanno a che vedere con la mafia, vista nella sue differenti epoche storiche e nelle diverse valenze, da Le parrocchie di Regalpetra attraverso I pugnalatori agli scritti giornalistici raccolti nel volume A futura memoria. Dopo la morte del generale Dalla Chiesa, Sciascia si era rifiutato di tesserne un elogio incondizionato come fece invece il coro degli ossequienti. Di Dalla Chiesa evidenziò oltre che l’imprudenza, la non perfetta conoscenza del sistema mafioso.

50

«La rivendicazione del ruolo sostenuto da Sciascia si è tramutato − alla luce delle nuove disillusioni politiche e del mutato contesto storico-sociale – in una rivisitazione storicizzante del difficile rapporto intercorso tra letteratura e mafia e nella prospezione di nuovi possibili approcci narrativi, rivolti ad incarnare da ottiche diverse altre storie, altri destini della fenomenologia criminosa (desublimata dall’aura di terribilità e di onnipotenza di cui Sciascia, talvolta malgré lui, l’ha fasciata) e dalla lotta (non necessariamente perdente o eroica o legalitaria) che la società civile produce contro di essa» (cfr. A. M. MORACE, Eziologia e patologia della mafia: «Tra Scilla e Cariddi», in Orbite novecentesche, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2001, 13-139). 51 G. TRAINA, Leonardo Sciascia…, 33 52 Sciascia racconta Sciascia di Pasquale Misuraca e Massimo Onofri, durata 45,’ è un vhs Rai Educational della serie «Poeti e scrittori italiani del Novecento». La cassetta viene distribuita insieme al libro di M. ONOFRI, Sciascia…, Torino, Einaudi, 2002. 53 «Bellodi», il capitano dei carabinieri protagonista del Giorno della civetta, è « lontanissmo dai metodi violenti del fascista prefetto Mori, il mitico estirpatore della mafia dei primi anni ’30». Cfr. M. ONOFRI, Sciascia…, 49. 15